La cunsata del letto

Racconto storico.

4 ° classificato allo step a tema “incoerenza” del concorso INK… di SPS Scrittori Per sempre.

In ricordo di mia nonna Liboria, che mi faceva sedere con lei davanti alla porta di casa e mi raccontava della sua gioventù nelle colonie d’Africa.

Rosa aveva imparato a ricamare da zia Mena, le cui opere venivano adagiate sui letti nuziali di mezza Rosolini perché fossero ammirate da amici e parenti. La ragazza aveva già cunsato il letto di tre sposine, ed era certa che il prossimo sarebbe stato quello di Cettina, sua sorella maggiore.
Già pregustava l’onore di gestire le altre signorine nella sistemazione delle preziose lenzuola. Lei avrebbe adagiato i cuscini come tocco finale e poi sua madre avrebbe regalato il tradizionale grembiulino ricamato a lei e alle altre signorine.

Rosa aveva cominciato a cucire il corredo a partire dai centrini con le roselline che faceva all’uncinetto a otto anni, Cettina invece si era dedicata per anni a preparare quello delle altre quattro sorelle. Questo fino a un paio d’anni prima, quando la maggiore si era messa a lavorare al proprio corredo in gran segreto, dentro la camera dei genitori o addirittura di notte.
Conoscendo la pignoleria di Cettina, probabilmente aveva aspettato di raggiungere vette di bravura pari a quelle di zia Mena e non voleva che Rosa le copiasse le idee. Aveva persino chiuso il suo lavoro a chiave dentro il baule della nonna e non permetteva a nessuno di vederlo, neanche avessero potuto sgualcirlo con lo sguardo!

Rosa non si sorprendeva. Cettina era sempre stata riservata e passava la maggior parte del suo tempo a sgranare il rosario con le suore. Persino da bambine, quando Rosa non vedeva l’ora di uscire dalla messa per salutare le amiche e sfoggiare il vestito buono della domenica, lei se ne stava in chiesa a pregare.

Alta e slanciata, con i fianchi larghi e i lunghi capelli lisci e lucenti, per Cettina non sarebbe stato un problema trovare qualcuno che la maritasse. Rosa invece aveva ereditato l’inclinazione obliqua del naso da uno zio paterno e la statura tarchiata della famiglia materna, ma anche lei sapeva occuparsi della casa, prendersi cura delle sorelline e ricamare. Di certo molti ragazzi le avrebbero fatto la corte, quando fosse arrivato il suo momento.

Il padre aveva vissuto in Libia per un paio d’anni per via dei reumatismi che in Sicilia gli permettevano di lavorare solo nelle ore centrali del giorno, prima di tornare a Rosolini nel febbraio del 1940 e portare tutta la famiglia con sé a Bengasi.

All’inizio l’idea del trasferimento aveva spaventato Rosa al punto da farle odiare quel Balbo dei proclami alla radio, che pareva volersi portare mezza Italia in una terra sconosciuta. Ma ormai erano tre anni che vivevano a Bengasi, in una bella casetta con gli alberi di fichi e il pozzo nel cortile, e la Sicilia era diventata un ricordo lontano.
L’acqua del pozzo aveva un odore strano, come quello del gasolio dei trattori, ma ci si erano abituati, come al caldo secco e alle facce libiche che vendevano ogni genere di cosa al mercato e per la strada. Rosa sapeva che quando uno di loro le si rivolgeva, lei avrebbe dovuto rispondere mafish filùs, qualsiasi cosa significasse, e quello se ne sarebbe andato.

Tutti i giorni all’ora del vespro, Rosa recitava il rosario con la sua amica Agata, che viveva all’angolo della strada. Agata si era trasferita da Catania con i genitori, la nonna vedova, due fratelli e una sorella. Aveva i capelli sempre crespi, di un biondo rossiccio, che sembravano quelli di una vecchia bambola di lana, e la faccia sempre imbronciata, ma forse era la forma del suo labbro inferiore un po’ sporgente a darle quell’aspetto. Anche perché in realtà con lei non si arrivava mai alla quinta avemaria senza che se ne uscisse con qualche novità sugli eventi del quartiere e le risate erano assicurate.

Ci fu la volta della gallina sgozzata proprio la notte delle nozze della pachinese, prima della stesa del lenzuolo macchiato, e quella dell’uovo della palermitana con dentro gli aghi dell’ucciatura. Agata la deliziava poi con le imitazioni della ‘gna Peppa, che con la sua lunga gonna nera si fermava al centro della strada per alcuni secondi e quando si allontanava lasciava una larga macchia liquida, o dell’accento stranamente calabrese della vicina che continuava a decantare le sue origini dell’altitalia.

Pareva però che i pettegolezzi preferiti da Agata riguardassero il ritardo di Cettina nello scegliere un marito tra tutti i ragazzi che ronzavano intorno alla famiglia ricca di figlie da maritare.
Era evidente che Rosa trovasse insopportabile l’idea di dover aspettare i capricci di sua sorella, ma l’amica sembrava averci preso gusto e lei non voleva darle soddisfazione. Così, faceva cadere il discorso su Mario, il fratello di Agata, che non sapeva più come avvicinare Cettina. La situazione era arrivata al limite del ridicolo quando il giovane, al termine di una cena, aveva raccolto tutto il suo coraggio e aveva offerto teatralmente una sigaretta alla ragazza, davanti alle due famiglie riunite. Cettina aveva rifiutato con un cenno sdegnoso del capo e il padre le aveva lanciato un’occhiata tale da raggelare l’atmosfera per tutto il resto della serata.

Per Cettina nessun ragazzo era alla sua altezza. Mario era basso, il figlio del fornaio grasso, quello che passava spesso davanti alla loro casa a vanniare le ciliegie era vecchio, il calabrese che fischiava sotto il balcone uno sfacciato, e via dicendo.
Peccato, perché il venditore di ciliegie a Rosa stava simpatico e non le sarebbe dispiaciuto ritrovarselo come cognato, o magari come marito… se Cettina si fosse decisa per un altro.

A vent’anni suonati, Rosa aveva abbondantemente raggiunto l’età per ricevere anche lei delle proposte. Finché la sorella continuava a fare la schizzinosa, suo padre non avrebbe acconsentito a un suo fidanzamento, per evitare che alla maggiore toccasse il destino di zitella. Possibile che a Cettina non interessasse delle cinque sorelle minori?

Il 2 febbraio del 1941 furono invitati a pranzo dalla famiglia di Agata per festeggiare sant’Agata, festa che Rosa neanche conosceva, ma che per i catanesi pareva più importante della Pasqua. Mentre fuori pioveva da due giorni, loro mangiavano le minne con la ciliegia sopra.
Del significato di quei deliziosi dolcetti che richiamavano il seno della santa, tagliato durante il martirio, fu Mario a parlare. Il ragazzo si infilò in cucina mentre sua mamma era andata a controllare lo stato di lievitazione dell’impasto per la schiacciata, e si mise a raccontare le origini di quella curiosa forma tondeggiante, sfiorandone una con un sorrisetto malizioso in direzione di Cettina.
Rosa lo trovò volgare, ma qualcosa le si mosse dentro e involontariamente pensò al cirasaro che passava sotto casa, da cui di certo quelle ciliegie erano state acquistate. Chissà se anche lui le sfiorava in quel modo! Invece Cettina fece una faccia schifata, come se avesse ingoiato uno scarafaggio.

Pareva che in Africa non piovesse mai, ma quando succedeva, la pioggia arrivava a secchiate e non si fermava più. Il tepore della casa colma di donne che preparavano manicaretti e di bambini urlanti, divenne soffocante nel pomeriggio, quando la pioggia smise di scrosciare e scese un caldo carico d’acqua, che quasi potevi afferrare l’umidità tra le dita.

Quando tornarono a casa, trovarono il pavimento allagato e il pensiero corse subito ai corredi, conservati dentro i bauli in un buco sottoterra. Aprirono la botola e tirarono fuori le casse con cura, una dopo l’altra, per controllarne il contenuto. Quando fu il turno di Cettina di aprire il suo, lei si lamentò, ma alla fine fu costretta dalla mamma a recuperare la chiave che teneva tra la biancheria e ad aprire il baule.
Quello che Rosa vide la lasciò allibita. Al posto dei ricami di fiori e angeli svolazzanti che si sarebbe aspettata, c’erano croci, calici e grappoli d’uva. Quelle non erano lenzuola matrimoniali, ma tovaglie da altare e paramenti sacri, di quelli che le famiglie regalavano alla chiesa quando avevano da chiedere una grazia o… di fare entrare una figlia in convento! Cettina era sempre stata devota, ma addirittura farsi monaca, proprio Rosa non se lo sarebbe aspettato. Meno male che il padre era uscito a controllare i danni dell’acqua ai muri esterni, perché non appena l’avesse saputo, si sarebbe infuriato e di certo non avrebbe dato il suo consenso.
Il papà, infatti, odiava i preti e li accusava di campare delle sventure della gente, vendendo i posti in paradiso. Rosa aveva sentito due donne, che di certo si erano messe apposta vicino a lei, sussurrare a voce non abbastanza bassa che suo padre da giovane era stato un comunista, ma quelle erano le solite malelingue.

Cettina spiegò tra le lacrime che aveva fatto richiesta nell’unico convento di Bengasi, quello delle monache di clausura, ma che l’avevano rifiutata per l’assenza del consenso dei genitori. Progettava quindi di tornare di nascosto in Sicilia con suor Luigia, per unirsi alle carmelitane di Siracusa.
La madre fece promettere alle figlie di mantenere il segreto con il padre e assicurò alla maggiore che l’avrebbe aiutata a partire. La presa di Bengasi da parte dei britannici quattro giorni dopo rese la cosa impossibile e la questione per il momento venne accantonata.

Quando, il 3 aprile, gli inglesi furono scacciati, la primavera sembrò far rifiorire ogni cosa, anche quelle promesse d’amore cui Rosa non aveva rinunciato. Molti giovani, tra cui Mario, partivano per la guerra, ma un pomeriggio assolato, mentre ricamava sotto un fico, Rosa sentì la voce del venditore di ciliegie vanniare una strana nenia.

《U panaru l’agghiu chinu di cirasi russi e duci, ma l’unica ca vulissi tuccari fussi la uccuzza tua, ca ti chiami comu lu ciuri cchiù ciaurusu!》

Il cuore le sussultò nel petto. Lei si chiamava Rosa come un fiore, non certo sua sorella. Chissà se la canzone era dedicata a lei! Tirò un lungo sospiro per controllare l’emozione. Se quella era la sua occasione, l’avrebbe colta al volo. Si schiarì la voce e canticchiò lo stabat mater. Certo, non era la canzone più adeguata a una dichiarazione d’amore, ma non le veniva in mente nient’altro e se la mamma l’avesse sentita non avrebbe sospettato nulla. La risposta arrivò intonata al suo canto.

《Quannu la Matri ciancìa lu Figghiu n’ cruci, chiantava nnò giardinu tutti i ciuri. A lu primu cauru, nica mia, spuntau na rosa sula, chidda di la speranza mia!》

Era per lei! La canzone era proprio per lei! Rosa avrebbe voluto dare un seguito a quel gioco di allusioni, ma non sapeva come fare. Non voleva sembrare sfacciata, ma neanche fargli credere che non le interessasse. Si rese conto allora che lei non sapeva un bel niente dell’amore. Le mani cominciarono a tremarle e non riusciva più a mettere insieme due punti del ricamo. Anzi, si punse il pollice e per non fargli sentire che si lamentava, si infilò il dito tra le labbra e corse a casa.

Il giorno dopo tornò a ricamare sotto il fico. A pomeriggio inoltrato non c’era ancora traccia del cirasaro. E se si fosse sentito rifiutato? E se la sua fuga avesse fatto scappare per sempre lo spasimante?

《Sempri pi tia, pi tia sula vinìa. L’occhi miei nun virierru mai na rosa cchiu bedda i tia.》cantò la voce nota, quando Rosa stava per disperare di risentirla.

Stavolta lei si era preparata e rispose con “Non ti scordar di me”, la canzone che un tempo Mario metteva sul giradischi ogni volta che a casa sua entrava Cettina.
Seguirono molti altri pomeriggi simili e dopo un po’ dalle canzoni si passò alle chiacchiere attraverso il muretto a secco. Gigi, così si chiamava il venditore di frutta, aveva fatto il militare nel ’28 e con un po’ di fortuna non l’avrebbero richiamato. C’erano tanti giovani da mandare in guerra e lui che aveva fatto il suo dovere, ora voleva solo mettere su famiglia. Le disse che dopo averla vista una volta all’uscita dalla messa, era passato da quella casa sempre con la speranza di rivederla e che non gli era passato neanche per la mente di interessarsi alla sorella maggiore.

Un mattino di giugno, Gigi chiese ufficialmente la mano di Rosa a suo padre, ma l’uomo rispose che ogni spasimante delle sorelle minori avrebbe dovuto aspettare lo sposalizio della maggiore. Il cuore di Rosa, che già si vedeva a preparare marmellate in una piccola casetta sempre piena di frutta fresca, si spezzò per la pena. Ma non si diede per vinta.
Corse da Cettina e la supplicò di parlare al padre del suo progetto di farsi suora e di farlo in fretta, perché Gigi voleva sposarla al più presto. La sorella, nel suo solito silenzio difficile da capire, fece un cenno vago della testa e la lasciò tra la speranza e il dubbio.
Ogni giorno Rosa attendeva notizie da Cettina, mentre le visite del cirasaro si facevano sempre più rade. Con la scusa che la frutta fresca scarseggiava, lui si vedeva sempre meno, fino a sparire.

Verso la fine del 1942 si sentiva parlare di una situazione difficile nelle colonie d’Africa, finché a gennaio del ’43 i gendarmi bussarono a ogni casa avvertendo la popolazione di prepararsi a partire. Rosa raccolse le sue cose frettolosamente insieme agli altri.
Vedendo i bauli del corredo ammassati uno accanto all’altro, colmi di quei preziosi lavori che contenevano i loro sogni, le loro speranze e tutto ciò per cui avevano tanto faticato, le venne da piangere. Quello non era il momento. Ingoiò le lacrime e salì con tutta la famiglia nella camionetta militare, tenendo per mano due delle sorelle minori.
Sul treno che li avrebbe portati all’imbarco per l’Italia, lo vide. Gigi teneva tra le braccia una ragazza dagli occhi scuri e i capelli neri come il carbone, la figlia del carrettiere con cui qualche volta lei aveva cantato il pater noster in chiesa. Portavano entrambi la fede nuziale.

Sbarcarono a Genova e da lì gli “sfollati d’Africa”, così li chiamavano, furono smistati in varie città. A loro toccò Torino. La città non era poi tanto male e il ricovero nell’Ospedaletto era decente, nonostante i sovraffollamento.
Ma il freddo, quel freddo assurdo e pungente che Rosa non aveva mai provato, che passava attraverso i vestiti e di notte si infiltrava nelle ossa, non l’avrebbe mai dimenticato.
Dai primi mesi del’44 vide suo padre, quell’uomo grande e forte, spegnersi lentamente come un lume senza olio. Il gelo gli entrava in corpo e non c’era più un’ora del giorno in cui le sue gambe si asciugassero dall’umidità notturna, come usava dire lui.

In quel periodo molti venivano trasferiti nel nuovo campo profughi di Cinecittà a Roma, ma il papà non poteva sopportare un altro trasferimento e fece un grande sforzo per la sua famiglia. Si alzò tutte le mattine per settimane, nonostante il dolore che trapelava dal suo volto e dai suoi passi incerti, e andò a trovare tutte le persone che conosceva tra gli sfollati di Torino e dintorni. Tutti quelli con cui o per i quali aveva lavorato in Libia. Chiedeva loro contatti, offriva favori e ricordava vecchi crediti.
Alla fine, un uomo al quale aveva aggiustato il pozzo nella casa di Bengasi, laddove due mastri chiamati prima di lui non erano riusciti, lo fece incontrare con un suo cugino vice-brigadiere. La famiglia ebbe così il permesso firmato per tornare in Sicilia, alla casa che avevano lasciato tanti anni prima.
Quando la mamma glielo disse, Rosa stava rammendando un calzino cucito troppe volte, che proprio non voleva saperne di collaborare e ogni volta che lei tirava da un lato, si scuciva dall’altro. Lasciò scivolare l’ago chissà dove e si portò le mani sul viso, incredula. Le lacrime sgorgarono senza controllo e il loro tepore liquido tra le dita la fece rendere conto di quanto le sue mani fossero gelide.

《A Rosolini! Torniamo a Rosolini!》 esclamò, eccitata. 《Cettina potrà entrare nel convento che vuole e io mi troverò un bravo ragazzo che mi marita, avrò tanti figli e…》 Rosa si interruppe pensando a quanto sarebbe stata felice sua sorella. 《L’hai già detto a Cettina?》

《È andata dal panettiere e non è ancora tornata.》 rispose la mamma con aria titubante, come se si stesse accorgendo in quel momento del ritardo.

Era già un po’ di tempo che Cettina era divenuta strana, più distante che mai, e un paio di volte non aveva saputo giustificare i suoi ritardi. Quello non era il momento delle preoccupazioni. Ora c’era spazio solo per la gioia.

《Ci penso io!》 urlò mentre già si affrettava verso l’uscita.

La mamma aveva di certo molte altre cose da fare e Rosa non vedeva l’ora di dare la grande notizia a Cettina.

Mentre usciva dall’Ospedaletto si rese conto che stava ancora stringendo tra le dita l’uovo di legno per il rammendo e il resto del calzino bucato penzolava curiosamente dalla sua mano.
Si stava osservando le nocche diventate bianchissime nello stringere l’uovo, quando girò l’angolo della strada. Perciò non si accorse delle due persone che se ne stavano ferme sul marciapiedi, finché non alzò lo sguardo e se le ritrovò proprio davanti. Stava per chiedere permesso e passare oltre, quando riconobbe in una dei due sua sorella maggiore.
Rosa rimase lì, rigida come una statua, incapace di comprendere che cosa stessero vedendo i suoi occhi. Cettina la osservava nell’abituale postura dritta, le sue gote erano rosse come melagrane mature e il suo sguardo sempre così composto, era attraversato da una vena d’imbarazzo. Le sue mani affusolate, nate per il ricamo, erano strette tra quelle di un uomo molto più grande di lei, un tizio che Rosa non aveva mai visto.

Le labbra di Rosa si schiusero, ma non c’erano parole che riuscissero a rompere il muro della sua incredulità, né un filo di fiato ad alimentarle. Cettina fu la prima a parlare.

《Rosa, te lo avrei detto a breve… davvero, saresti stata la prima!》

Che cosa stava succedendo? Rosa si era persino scordata del motivo dell’entusiasmo che fino a poco prima le aveva fatto battere il suo cuore come il treno che passava dal bivio Lagrangia.

《Io e Corrado ci sposiamo a marzo, col bel tempo.》 annunciò Cettina con un sorriso che raramente le aveva visto in volto e le sue mani sembrarono stringere di più quelle dello sconosciuto.

《C… Cosa?》 riuscì a malapena a farfugliare lei, ignorando il suono sordo del l’uovo di legno che colpiva il marciapiede e rotolava, attutito dal vecchio calzino.

Lo sconosciuto districò le dita da quelle di sua sorella e accennò un saluto col suo capello.

《È stato un piacere conoscervi, signorina Rosa, Cettina parla sempre bene di voi. Io devo andare adesso.》

L’uomo le parve vestito da signore, mentre si allontanava alle spalle di Cettina per evitarle ulteriore imbarazzo. Certo, lei non si era comportata in modo educato, mentre lui era stato molto cortese, ma non riusciva a provare simpatia per un tizio sbucato dal nulla che sembrava aver fatto impazzire sua sorella.

La maggiore cercò di prenderle le mani tra le sue, guardandola negli occhi. Erano ancora calde del tocco dello spasimante. Rosa si ritrasse. Il contatto con lei, ora, le era insopportabile.

《Corrado è vedovo con due figli, ha case e terreni a Noto. Ha un lavoro sicuro al Ministero e gli è stato concesso il trasferimento da Torino a Siracusa.》 stava dicendo Cettina, con l’espressone tutta infervorata.

Raccontava di come si erano conosciuti poco tempo prima e che lui intendeva presentarsi subito al papà per ufficializzare il fidanzamento e portarla in Sicilia dopo il matrimonio. Il suo viso era raggiante e le sue mani si torcevano per l’eccitazione.
Sottolineava continuamente quanto questo Corrado fosse ricco e le parlava con una confidenza che non aveva mai avuto con lei, ma Rosa non l’ascoltava già più.

Sua sorella aveva dedicato ogni energia al progetto di farsi suora. Per quanto indispettita dal fatto che non le permettesse di cercasi un marito, Rosa aveva ammirato la sua perseveranza, la convinzione con cui aveva rinunciato alle promesse di una vita serena per infilarsi in una cella a pregare, il coraggio con cui aveva affrontato la possibilità che il padre la scoprisse e la chiudesse in casa.

Cettina aveva deciso il destino di tutte loro e in particolare le aveva portato via Gigi, l’amore della sua vita. E adesso, dopo tante rinunce, dopo aver calpestato i desideri delle sue sorelle, avrebbe sposato uno ancora più vecchio e sarebbe andata a fare la serva ai figli di un’altra. Stava svendendo il suo sogno e quelli delle sue sorelle… tutto questo per una promessa di “case e terreni”.

《Ma dove stavi correndo con quel calzino in mano?》 chiese all’improvviso la maggiore, raccogliendo l’uovo di legno.

《Ti venivo a dire una cosa ma… a te non importa più. Tu hai il tuo Corrado, con le sue case e i suoi terreni.》 sputò fuori con amarezza.

Rosa non sapeva se fosse giusto essere in collera con sua sorella. Alla fin fine la vita era la sua e lei sarebbe comunque andata a Rosolini con il resto della famiglia.

Una cosa era certa però, Rosa non aveva più alcuna voglia di partecipare alla cunsata del letto di Cettina.

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